Le competenze valgono più di talento e passione
Un saggio che mette in discussione una grande illusione di questi anni
Per me e per milioni di persone Steve Jobs è un mito, per tantissimi motivi, ovviamente. Ma un posto particolare nei miei ricordi l’ha un episodio: il discorso tenuto a Stanford nel quale ricordò la famosa frase “stay hungry, stay foolish”. Era ed è un invito a seguire le proprie passioni e i propri sogni.
Potete quindi ben capire che sono rimasto molto sorpreso leggendo un passaggio di un bellissimo saggio di Cal Newport (Così bravo che non potranno ignorarti) che contraddice in modo plateale questo ragionamento. Dice Newport:
Fate quello che ha fatto Steve Jobs, non quello che ha detto.
Sorprendente vero? Eppure leggendo questo saggio ho capito che la passione (e poi vedremo anche il talento) non è il giusto o più importante ingrediente per avere una vita professionale appagante e di qualità. Non basta – ed è controproducente – seguire la cosiddetta “teoria della passione”:
La chiave per la felicità professionale è capire innanzi tutto cosa ci appassiona, e poi trovare un lavoro che corrisponda a questa passione.
In realtà, nel suo saggio Cal Newport argomenta in modo molto convincente che la vera sfida è costruire un capitale professionale che permetta di eccellere in quel che si fa, così da rendere inevitabile il giusto riconoscimento del proprio valore. A guardare bene le vicende di quegli anni, è stato così anche nella vita di Steve Jobs, nei fatti e nei passaggi che hanno caratterizzato l’avvio della sua storia professionale (nel saggio questi passaggi sono descritti in modo puntuale).
Citando l’attore Steve Martin, Cal Newport spiega che lo snodo centrale di questo ragionamento è ben espresso dalla frase “Siate così bravi da non poter essere ignorati”, che è stata per l’appunto ripresa dall’autore come titolo del saggio.
Questo libro mi ha colpito, perché mette in discussione tanta retorica di questi anni. E soprattutto perché riprende e rilegge in modo complementare e sinergico altre letture che ho fatto nel passato. Per esempio Cal Newport dice che nel costruire il capitale professionale dobbiamo adottare la mentalità dell’artigiano, del saper fare. È un tema che mi ha ricordato il saggio di Stefano Micelli Futuro Artigiano, nel quale l’autore propone questa chiave di lettura come una delle leve per caratterizzare lo sviluppo economico del nostro Paese.
Le considerazioni di Newport mi hanno anche fatto tornare alla mente due saggi molto stimolanti – Outliers di Malcolm Gladwell e Talent is overrated di Geoff Colvin – che ricordano come le menti più brillanti della Storia in realtà più che essere guidati da talento e passione si sono formate attraverso la pratica consapevole, cioè lo sviluppo sistematico e perseverante di competenze e capacità che hanno caratterizzato in modo unico quelle persone.
Newport ricorda la regola delle diecimila ore enunciata da Gladwell:
L’idea che l’eccellenza, nell’esecuzione di un compito complesso, richieda un livello minimo di pratica, emerge ripetutamente negli studi sulle competenze. In effetti, i ricercatori hanno stabilito quello che ritengono essere il numero magico per ottenere la vera competenza; diecimila ore.
È un tema ripreso e discusso in modo molto stimolante e approfondito anche nel saggio di Colvin.
Non credo che la “regola delle diecimila ore” debba essere interpretata in modo meccanicistico e semplicistico. È ovvio che non siamo tutti uguali e quindi ognuno ha caratteristiche e storie professionali che rendono più o meno semplice, possibile e veloce il raggiungimento dell’eccellenza. Ma è vero che il fondamento di una vita professionale di successo non può prescindere da quel che sai, sai fare e sai far fare. Tutto il resto rischia di essere solo chiacchiera o, peggio, illusione.
Nel gestire persone ci scontriamo spesso con la discrepanza tra l’impegno e la prestazione. Chi ha “seguito una passione” può poi trovarsi davanti alla dura realtà che richiede molto più impegno del previsto. La passione aiuta a far sentire meno il peso delle 10000 ore, ma non significa che ne sia un sostituto.
Molto interessante e dal mio punto di vista assolutamente condivisibile